E quei frutti dimenticati…

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Mi piace tra i vari impegni di Casa Vallona, avere il tempo di ascoltare i miei nonni. Questo è il valore più grande ritrovato da quando ho lasciato il lavoro in ufficio lontano da casa: passare più tempo con la mia famiglia. Posso starmene a tavola con loro a bere il barbera di Chinni, il vicino di casa a Monte San Pietro che ci rifornisce di belle damigiane ogni anno, e parlare fino a che ne abbiamo voglia. Rusticani, pera Passa Crassana, pera Volpina, mela Abbondanza, fico nero, ciliegie Ferrovia, la visciola, la prugna Mulona, il corniolo sono le piante che mi elencano tra un: “eeeh quello lì era così buono, ne mangiavamo dei chili dagli alberi” e un: “eh no non si trovan più quelle piante lì sai”. Io ascolto e prendo appunti per andare a caccia nei vivai delle piante perdute o studiare come fare gli innesti di quelle che restano nel podere. Perchè fare una cosa così quando sul mercato ci sono piante super produttive? Perchè mi interessa la biodiversità, mi interessa provare le stesse sensazioni di mia nonna da bambina, perché non accetto che la quantità vinca sempre sulla qualità e che ci obblighino tutti a cibarci di quelle varietà “superiori” e geneticamente perfette che troviamo al supermercato. A Casa Vallona possiamo decidere di preferire i frutti piccoli, bruttini ma gustosissimi alla faccia dei parametri di selezione della grande distribuzione!

“Quattrocento anni fa, gli esseri umani, prima dell’avvento del capitalismo, si nutrivano con più di 500 specie diverse di piante. Cento anni fa, con l’egemonia della rivoluzione industriale, si sono ridotte a 100 le specie diverse di cibo, che dopo l’aratura passavano ai processi industriali. Da trent’anni, dopo l’egemonia del capitale finanziario, la base di tutta l’alimentazione dell’umanità è rappresentata per l’80% da soia, mais, riso, fagioli, orzo e manioca. Il mondo è diventato un grande supermercato, unico. Le persone, indipendentemente da dove vivono, si nutrono della stessa dieta di base, fornita dalle stesse imprese, come se fossimo i maiali di una grande porcilaia che aspettano, passivi e dominati, la distribuzione della stessa razione giornaliera”. Gianni Tirelli

Chiara

 

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