Storie di canapa

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Emilia Romagna terra di canapa
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Matassa di canapa degli anni 30 nelle mani di Giorgina Vallona che ne conserva ancora alcune decine preparate un tempo dalla famiglia
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Asciugamano di canapa con ricamata la “V” di Vallona

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“Negli anni ’50 l’Italia era il secondo maggior produttore di canapa al mondo (dietro soltanto all’Unione Sovietica). La varietà “Carmagnola” forniva la miglior fibra in assoluto, e le rese unitarie per ettaro erano (e potrebbero ancora essere) maggiori che in ogni altro paese. Per secoli  l’Italia ha esportato canapa, e da sempre la varietà italiana è stata riconosciuta come migliore fibra tessile per indumenti. Fino a poco dopo la seconda guerra mondiale era normale, in un paese la cui economia era essenzialmente agricola, coltivare canapa. Con la progressiva industrializzazione e l’avvento del “boom economico”, cominciarono ad essere imposte sul mercato le fibre sintetiche (prodotte negli USA) e la canapa iniziò a sparire non solo fisicamente, ma anche dal ricordo e dalle tradizioni della gente. Alla fine degli anni ’50 si cercò ancora, ingenuamente, di rilanciare la coltura in rapido declino di questa pianta, che tanto aveva significato per la nostra economia; ma mentre si sperimentavano nuove varietà ibride e si stavano preparando grossi impianti per la macerazione e la lavorazione industriale della canapa, il governo italiano nel 1961 sottoscriveva una convenzione internazionale chiamata “Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti” (seguita da quelle del 1971 e del 1988), in cui la canapa sarebbe dovuta sparire dal mondo entro 25 anni dalla sua entrata in vigore. (dati Assocanapa)

Un po’ di storia…

“La canapa veniva seminata alla luna buona di marzo o d’aprile (spesso durante la settimana di Pasqua). Richie­deva un terreno fresco e reso fertile dal letame, che generalmente aveva le dimensioni di un orto e veniva chiamato “canavér”. Ad agosto la piantagione era arrivata anche a due metri d’altezza, so­prattutto per gli steli più grossi, contenenti il seme, che i contadini consideravano maschi e chiamavano “canavó”, traducibile più o meno in canapacci. La fibra migliore era però data da steli un po’ più bassi, che venivano definiti “chènva femna” e che appunto ad agosto, quando cominciavano a scolorire e perdere la foglia, era­no già maturi per essere raccolti. Per i “canavó” conveniva invece aspettare settembre. Data la loro diversa qualità, le due fibre veni­vano comunque tenute separate.

Per cogliere la canapa occorreva una robusta roncola, con la quale si tagliavano due o tre steli per volta. Questi venivano la­sciati un paio di giorni sul terreno ad asciugare. Poi se ne facevano dei mazzetti legati col vimine alle due estremità, che erano chia­mati “mannelle”. Le “mannelle” venivano poste in verticale, una addossata all’altra, in numero di tre. Questo serviva a completare l’essiccazione. Quando, in seguito, venivano raccolti i “canavó”, occorreva, per farne uscire il seme, batterli forte con la “zerla”, uno strumento fatto di due bastoncelli legati fra loro con una corda, di cui uno veniva impugnato nella mano e l’altro serviva per colpire.

Una volta che i fusti apparissero ben secchi, le “mannelle”, dette anche “manóc”, venivano messe a bagno nel maceratoio, usando dei pesi perché restassero coperte dall’acqua. Il tempo di mace­razione andava dai 15 ai 20 giorni e l’odore nelle vicinanze dello stagno non era certo gradevole.

Al momento di toglierle, gli uomini sbattevano le “mannelle” dentro l’acqua; e queste apparivano bianche, a seguito dell’azione dei microrganismi, lasciando intravedere la fibra. Portare a casa la canapa era una festa cui partecipavano anche i vicini. I buoi del carro erano strigliati e tutti infiocchettati. I bam­bini saltellavano divertiti intorno. Le “mannelle” venivano messe ad asciugare sull’aia, sempre in verticale ed appoggiate luna all’altra in gruppi di tre, come delle piccole capanne.

Ancora nell’aia avveniva, a fine settembre, la battitura, effet­tuata nuovamente con la “zerla”, per spezzare il fusto legnoso dei “canavó”. Scapezzare la canapa era l’operazione successiva, per la quale era necessario un robusto tronco di quercia o di frassino termi­nante a forcella. Lavoravano di solito insieme un uomo e una don­na. Mentre la donna faceva passare nella forcella le “mannelle” slegate nel retro, l’uomo le colpiva fortemente con un bastone. Ciò serviva a separare la fibra dalla parte legnosa. Obbiettivo, questo, raggiunto ancora meglio quando si passava ad usare i “gramett”, o grametti, se si vuole, costituiti da due bastoni fra i quali si abbas­sava una leva. I fusti di canapa venivano messi orizzontalmente sui bastoni e la leva li maciullava.

Infine le “mannelle” venivano scrollate con le mani, per far cade­re le ultime schegge del fusto, e poi ripiegate su se stesse, in modo da sembrare quasi un concio. Le donne le riponevano nei sacchi, in attesa del canapino, che a novembre avrebbe continuato il lavoro.

I bambini intanto facevano i “solfanelli”, utilizzando le piccole stecche legnose cadute durante la lavorazione. Le immergevano da un lato in quello stesso zolfo usato per proteggere le viti dai parassiti, dopo averlo scaldato accanto alla brace fino a renderlo poltiglia. I “solfanelli” si tenevano in una piccola nicchia accanto al camino, chiamata appunto “e bùs di suifèn”.

Ottenere un ottimo filato di canapa era importante, perché do­veva servire per la biancheria di casa e per gli indumenti. Ci si rivolgeva allora al canapino, che prendeva alloggio per qualche tempo presso la famiglia contadina, in modo da poter svolgere con la dovuta cura il suo lavoro.

II canapino effettuava la “pettinatura” della canapa, mettendola fra due tavolette rettangolari di legno dotate di denti metallici, dette appunto pettini, le quali venivano sfregate lungamente luna sull’altra. Potevano essere usati in successione anche quattro di­versi pettini, dal più rado al più fitto.

La fibra eliminata col primo pettine era la più grezza e serviva per ricavarne corde grosse, scure e dure. Col secondo pettine si otteneva la stoppa, che poteva essere filata e tessuta per manu­fatti rozzi, come le coperte per le mucche ed i sacchi bianchi per il grano; oppure la stoppa veniva usata per intrecciare corde più morbide. Dalla lavorazione col terzo pettine si otteneva invece “e’ garzól”, che, una volta filato e tessuto, serviva per fare canovacci ed asciugamani, tovaglie per l’uso quotidiano, stoffa per materas­si, lenzuoli ed abiti da lavoro. Il quarto pettine dava la fibra più fine, che si usava tessere per il corredo, cioè per la biancheria da casa migliore, e poi per camice da notte e camice da uomo. Queste ultime erano confezionate con le maniche larghe terminanti con un polsino e con gli spacchi, che permettevano di tenere il davanti leggermente più lungo. Non avevano però il colletto, ma “e gulét”, cioè un girocollo alto un paio di centimetri, perché solo per anda­re in città il contadino metteva la camicia col solino.

La filatura si effettuava avvolgendo sulla rocca, vale a dire su di un lungo bastone da tenere con la mano sinistra, la fibra ottenuta dalla pettinatura; e da questa facendo nascere il filo, che veniva avvolto sui fusi fatti roteare dalla destra. La fibra posta sulla rocca era tenuta ferma in alto da un piccolo cappuccio detto “la berga- mèna”.

Il filo raccolto nei fusi veniva successivamente avvolto nella “nàspa”, cioè nell’arcolaio, per formare le matasse; le quali anda­vano sottoposte a sbiancatura, mediante bollitura con aggiunta di cenere.

Questo sistema di filatura antichissimo fu sostituito già nella prima metà del Novecento dall’uso del filatoio, “e filarén”, un at­trezzo a ruota dotato di pedale, da cui usciva il filo. Da tale uten­sile è venuto il nome dialettale del “moroso”, che appunto andava a far visita alla ragazza di sera, mentre lei filava. L’operazione successiva consisteva nel mettere le matasse nel dipanatoio, “e’ dvanadùr”, per poter avvolgere il filato nei grossi rocchetti utili per il telaio.

Quasi ogni casa contadina possedeva un telaio, grande e rettangolare, costruito in legno. Ad esso tutta la famiglia attribuiva un grande valore e ne aveva estrema cura. Quando il filato veniva montato sul telaio, occorreva “fermarlo”, cioè in qualche modo inamidarlo, perché non sfilacciasse. Si usava a questo scopo dell’acqua in cui si era fatta bollire della cru­sca di grano: “la bòsma” la chiamavano le donne. Poi la tessitura poteva avere inizio.

Le tele prodotte in casa erano lunghe dai 30 ai 40 metri e larghe 65 – 70 centimetri. Venivano sbiancate facendole bollire più volte con la cenere, la quale non doveva però stare a diretto contatto col tessuto, ma sopra di esso, su di un apposito panno detto “zin-dró”. Successivamente le tele venivano risciacquate e stese sull’erba umida di rugiada. Ogni tela veniva infine piegata a metà ed arro­tolata su di un bastone, formando il cosiddetto “torsello””.

Testo tratto da: http://www.radicimolesi.wordpress.com

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